Non siamo disposti a cambiare

Nonostante i segnali di una situazione problematica, la nostra reazione generale è timida e distaccata. Tra le ragioni, l’incapacità di inquadrare la situazione e, forse più ancora, la difficoltà a formulare analisi lucide e sincere su cosa l’abbia generata.
Al contrario di quanto sarebbe giusto auspicare molte alterazioni di una modernità irrispettosa sono ancora ritenute “conquiste” e questo finisce per legittimare un sostanziale disconoscimento delle nostre responsabilità oggettive.
In linea di principio, un certo rapporto di responsabilità inizia ad emergere ma, pur iniziando a riconoscere alcuni gravi errori, siamo consci dell’enorme fatica che dovremmo profondere nel provare a contenerli.
A nostra discolpa, per quanto flebile, non disponiamo di un quadro completo sul rapporto di causa/effetto che indichi gli impatti delle nostre azioni sugli equilibri ambientali e climatici. Manca, cioè, la consapevolezza su cosa – individualmente e collettivamente, localmente e globalmente – abbiamo fatto di buono per arrivare dignitosamente ai giorni nostri e su cosa stiamo effettivamente sbagliando.
Nessuno, al di là di quanto venga “ufficialmente” dichiarato, sembra realmente preoccupato per questo stato di cose e, meno ancora, interessato a ricercare nuove strategie o nuove dinamiche di una crescita divenuta irregolare.
Una crescita che non dovrebbe più essere perseguita in linea verticale, finalizzata all’ossessivo incremento del profitto, dei consumi e della produzione, bensì orientata ad un’imprescindibile continuità degli ecosistemi, innanzitutto naturali, della vita delle persone e delle imprese.
Pare dunque mancare una percezione – condivisa e universale – della necessità, sempre più pressante, di un nuovo e più corretto equilibrio fra il bisogno di crescere e la necessità di lasciare un Pianeta ospitale alle generazioni future.
La ritrosia è forte anche perché comporta uno sforzo enorme che si ripercuote nel nostro quotidiano, per interessare ambiti sempre più ampi e globali di una macchina che accelera a vista d’occhio ed è troppo veloce per poterla governare, senza il rischio concreto di andare a sbattere.

Fatichiamo ad intervenire perché non abbiamo la capacità e, forse, nemmeno il desiderio di rivedere, definire e ridefinire modi alternativi di produrre, consumare, smaltire i rifiuti, spostarci, lavorare.

Emerge un senso di ritrosia e di indolenza aggravati da un’ingiustificata assenza di stimoli, anche economici, e da un’informazione che sembra ancora sottovalutare il problema.
Il sentore generale è di una timida attenzione troppo distante da un sentimento di doveroso allarmismo, e si avvertono ancora ostacoli innanzitutto culturali ad osteggiare la messa in atto sia di comportamenti più corretti e sia delle azioni di contenimento.
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La seconda rivoluzione industriale, nel 1870, fu un cambiamento epocale nella storia dell’uomo. Uno spartiacque fra una un’economia agricola e l’avvento di una meccanizzazione produttiva che decretò l’avvio di un’era di modernità. Una corsa verso il progresso, o quello che ritenevamo tale, che ha dato impulso sia alla produzione industriale che all’incremento demografico. L’uno, spingeva l’altro. E viceversa.
Da quel momento, tutti i valori numerici e tutti i parametri di valutazione degli andamenti produttivi non hanno fatto che aumentare a velocità crescente e il plauso dei sostenitori della crescita verticale non si è fatto attendere. (…)
L’incremento produttivo, divenuto esponenziale negli anni a venire, non è mai stato accompagnato da alcuna forma di concreto interesse sulle conseguenze nocive che stava producendo. Abbiamo ignorato il problema finché la situazione si è palesata in tutta la sua gravità (v. buco dell’ozono o isole di plastica). Tuttavia, nonostante un’ormai diffusa presa di coscienza dei problemi che stiamo causando, l’attenzione e l’impegno messi concretamente in campo non sono ancora insufficienti.

Le imprese non vogliono contenere le emissioni, riducendo la produzione e il fatturato, gli Stati non vogliono rinunciare al gettito fiscale delle imprese e i consumatori non vogliono ridurre i loro consumi.

È un muro contro muro.

Nessuno è disposto a fare il primo passo e la necessità di fare le cose in modo finalmente serio e responsabile continua a incontrare ostacoli e resistenze da parte di un numero ancora cospicuo di interlocutori. E questo lascia intendere che non vi siano alternative al pessimismo, fintanto che non emergerà una più giusta e auspicata sensibilità collettiva. Un sentimento diffuso che dovrà imprimere, fra le altre cose, molto più vigore alla ricerca di nuove ed efficaci tecnologie mirate a ridurre l’incidenza degli scarichi industriali e al graduale abbandono dei combustibili fossili, scomodi protagonisti dei processi produttivi, della mobilità e, più di tutto, della produzione di energia elettrica.
La strada verso un futuro sostenibile è quindi ancora lunga, osteggiata da forti resistenze economiche e culturali, talvolta invalicabili.
Siamo disorientati e infastiditi all’idea di variare, anche di poco, le nostre abitudini di vita, di consumo e di guadagno. Individualmente una certa sensibilità inizia ad affiorare ma seguitano a persistere atteggiamenti riluttanti; a parole siamo tutti ambientalisti, ma nei fatti la ritrosia è evidente.
La globalizzazione, come se non bastasse, punta nella direzione opposta perché sta orientando al consumismo miliardi di persone (innalzando le aspettative di benessere di ogni individuo), ostentando alla popolazione dei paesi emergenti, in via di sviluppo, o quelli soggiogati per decenni da forti restrizioni economico-politiche, gli aspetti più allettanti dello stile di vita occidentale.
E’ allora improbabile che in una fase in cui si prevedono ulteriori incrementi produttivi la folta platea di imprese, allettata dal luccichio di possibili enormi guadagni, decida di calmierare la produzione in favore della tutela ambientale.
Quella della sostenibilità è una battaglia che si prospetta durissima poiché richiede un sostanziale smantellamento, o una forte rivisitazione, dei molti paradigmi economici, sociali e culturali, su cui si fonda la nostra intera società moderna.

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Il nostro atteggiamento, inspiegabilmente, si discosta parecchio dai comportamenti animali che, invece, sanno bene come comportarsi per conquistare un’agognata sopravvivenza. Un istinto quasi latente, quello umano, tanto più accentuato quanto più ci è richiesto di manifestarlo in modo corale, attraverso comportamenti difensivi, organizzati e razionali.
Perché l’Homo Sapiens, l’animale più celebrato in Natura, ritenuto da lui stesso come il più evoluto e intelligente, mette in atto comportamenti antitetici e incoerenti rispetto a quelli tipici di tutto il regno animale e vegetale? Perché non riusciamo, o non vogliamo, imitare la Natura, che dimostra di avere ben radicato nel suo DNA la capacità di fare sempre la cosa giusta, in ottica di continuità e di vita?
È indubbio, ormai, che quella umana sia la sola specie incapace di svilupparsi senza provocare danni al suo stesso habitat, ed è anche quella che ha dato vita a un processo di cambiamento così veloce, radicale e insensato che potrebbe provocare la degenerazione delle condizioni ambientali funzionali alla sua stessa vita.
Saranno le guerre o l’inquinamento ad annientare la nostra fragile specie? La carenza di risorse alimentari o le migrazioni di massa? Impossibile saperlo; secondo alcuni il countdown verso l’autodistruzione è già iniziato e non sappiamo quanto durerà. Il dubbio di molti esperti è ormai sul “quando” avverrà, non più sul “se”.

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