Mangiamo troppo

Per sottolineare uno scenario complesso e irregolare, conseguente a una latente abilità a perseguire una più giusta correlazione fra l’aumento produttivo e la tutela del nostro habitat, si può fare un breve accenno alla questione alimentare. Ovvero, di come il processo di produzione di alimenti, peculiari di una dieta generale sovrabbondante, ma molto difforme, a seconda delle condizioni economiche vigenti nelle diverse aree del mondo, stia contribuendo ad alterare il nostro ambiente.
Tuttavia, è doveroso considerare, a suggello di ogni discorso sensato sulla sostenibilità, a margine di facili moralismi o allarmismi, che in un Pianeta popolato da più di sette miliardi di individui (molti dei quali sempre più affamati, esigenti, viziati, spreconi e maleducati) è sempre più difficile produrre e distribuire le risorse alimentari in modo ordinato, adeguato ed ecosostenibile.
Così, come sarebbe illogico sperare, o anche solo ipotizzare, di poter sfamare l’intera popolazione mondiale adottando le stesse metodologie di volta quando, ai tempi delle fattorie a conduzione familiare, gli animali erano trattati con ragionevole rispetto e la loro vita era scandita da ritmi e condizioni piuttosto decorose. Gli animali erano parte integrante della vita contadina ed era l’uomo ad accudirli, con cura e amore. Probabilmente, più per la necessità di garantire lunga vita al bestiame che per una vera e propria forma di rispetto. Ma poco importa.
Oggi tutto è cambiato poiché, prima di altre ragioni di tipo innanzitutto economico, la domanda di generi alimentari è aumentata al punto da richiedere tecniche e dinamiche produttive spaventose, ingiuste e immorali. Come quelle, le più incivili, che riguardano l’ampio e fortemente criticato settore dei prodotti di origine animale.
Gli allevamenti intensivi hanno soppiantato le fattorie e questo è oggettivamente inevitabile. L’introduzione di regole comportamentali a tutela della dignità degli animali sarebbe comunque doverosa ma la domanda è così ampia da non poterla più soddisfare nel pieno rispetto della vita. Parimenti, il crescente fabbisogno di prodotti quali; grano, cereali, frutta e verdura richiede l’avvento di tecniche industriali anche distruttive, se adottate su larga scala, incuranti degli equilibri naturali, progressivamente sovvertiti in nome di una produzione sempre più massiva e automatizzata. Ma anche di questo, la “colpa” – se così la vogliamo chiamare – è di una domanda globale in continuo aumento, in molti casi ampiamente superiore alle necessità reali e individuali. Oltre, inutile rimarcarlo, all’avvento di logiche di profitto sempre più stringenti che devono portare, oltre all’ampliamento dei volumi produttivi, al progressivo contenimento dei costi di produzione.
In pochi decenni, tutto è cambiato. Terreni agricoli grandi come regioni hanno soppiantato antichi boschi e importanti foreste che garantivano una riserva d’ossigeno di primaria importanza, mantenendo intatto l’ecosistema, non solo circostante. Tecniche produttive intensive richiedono l’uso di mezzi agricoli che sembrano astronavi e viaggiano giorno e notte, incessantemente. Per ottimizzare i tempi, il rifornimento di carburante avviene in corsa, come fanno gli aerei militari. Il cambio del guidatore avviene anch’esso senza fermare mai i mezzi. Tutto è frenetico e assurdo. Prodotti chimici e pesticidi anche tossici, come il Glifosfato, un diserbante bandito dall’Italia ma ritenuto innocuo dall’UE (…), sono sistematicamente impiegati allo scopo di massificare i raccolti e limitare gli scarti.

Ma il vero problema, se così lo vogliamo intendere, è che la folla di bocche da sfamare è immensa e nulla potrà più essere come prima.

Ne prendiamo atto, allora, ma quando questa oggettiva difficoltà a porre rimedi efficaci diventerà un alibi, sarà la fine. Quando ci arrenderemo alla ritrosia ormai diffusa di determinare nuove regole, interponendo ai sistemi attuali una qualunque limitazione anche di tipo etico, la situazione potrebbe realmente degenerare.
Necessario evidenziare, così come si riscontra in molti altri settori industriali, che anche in ambito alimentare lo scenario globale è ormai caratterizzato dalla presenza di colossi produttivi che esercitano un sempre più pressante e asfissiante controllo, non solo del mercato ma di tutta la lunga filiera produttiva: dalle sementi ai pesticidi, dalla trasformazione industriale alla distribuzione.
In tema di sostenibilità, infatti, quello dell’alimentazione umana è un ambito ritenuto critico proprio a fronte del crescente impatto ambientale esercitato non solo dall’incremento dei fabbisogni, pro-capite e globali, e dalle tecniche produttive invasive, soprattutto della carne e dei suoi derivati, ma anche da lunga e complessa filiera logistica di trasporto e distribuzione. Dalle zone di produzione ai banchi dei supermercati la strada è impervia, anche a causa della tendenza ad acquistare prodotti esotici, o fuori stagione, che devono essere trasportati da una parte all’altra del globo. Interessi economici smisurati non fanno che ampliare il divario, talvolta insostenibile, fra gli alti profitti dei grandi produttori, o degli intermediari, e quelli sempre più esigui riconosciuti agli agricoltori, ai coltivatori, agli allevatori. Una forbice che riversa sui consumatori le sempre più stringenti logiche di profitto dei grandi operatori che lucrano, in modo sempre più evidente, su un settore primario in cui servirebbe attenzione, trasparenza e rispetto.

L’incremento della domanda alimentare non è solo conseguente ad un aumento progressivo del numero di abitanti ma all’avvento di abitudini di consumo che superano, in modo sempre più marcato, le reali necessità di nutrimento delle persone.

In pratica, si mangia troppo!

Una pericolosa tendenza che affonda le sue radici in un progressivo benessere ma è anche dovuta a una forma di pressione, sottile e subdola, perpetrata dalle multinazionali del food che hanno l’ovvio obiettivo di accrescere i fatturati. La domanda diviene abnorme e si va a contrapporre alla carenza sostanziale di cibo nei paesi poveri, innanzitutto africani.
Si arriva così al paradosso di un Pianeta in cui una sempre più larga fetta di abitanti si ammala perché mangia troppo, mentre un’altra soffre di malnutrizione o di denutrizione.
Ciò è anche dovuto al forte disallineamento economico fra i paesi poveri e quelli ricchi, direttamente o indirettamente correlato a una globalizzazione che accentua il pericoloso divario. E, come se non bastasse, dove si consuma troppo si spreca anche tanto. Si spreca e si getta cibo buono. Lo si distrugge, non solo perché non soddisfa requisiti estetici ma anche a fronte di logiche di formulazione dei prezzi che, specie nel settore ortofrutticolo, spingono numerosi operatori a distruggere ingenti quantità di prodotti al solo scopo di mantenerne invariati i prezzi finali o per non farli scendere al di sotto dei margini ritenuti soddisfacenti.
Solo un accenno ai danni provocati dalla pesca – anch’essa intensiva – che sta provocando un pericoloso assottigliamento della fauna marina dell’intero globo. Leggi inadatte, facili da aggirare, e la sostanziale carenza di organismi di controllo causano una crescente difficoltà da parte della popolazione ittica a riprodursi, per lo meno alla stessa velocità con cui viene oggi pescata. Un preoccupante fenomeno aggravato dall’avvento di una nuova domanda globale di pesce (sushi ndr) che stimola l’uso di tecniche di pesca irresponsabili e dannose, come quella a strascico. Una modalità distruttiva che altera persino i fondali marini, azzerando ogni forma di vita.

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