E se dovessimo “ripartire”?

Che tutto potrebbe degenerare è quasi certo, ma non possiamo sapere quando.

Fra le ragioni, la cui analisi potrebbe aiutarci a tracciare un percorso, a ritroso, volto comprendere cosa ci abbia spinto a rischiare così tanto, non escluderei l’ipotesi che la specie umana abbia bisogno, ciclicamente, di un processo di rinnovamento programmatico volto alla regolazione del corretto rapporto abitanti/risorse.
Un fenomeno “rigenerativo” fisiologico originato da un “difetto di sistema” o un “errore di programmazione” che, inesorabilmente, condurrebbe al (previsto) disastro. È una congettura allarmante, non c’è dubbio, ma la tesi di una certa ciclicità nella storia evolutiva umana è sorretta da alcuni riscontri che lasciano aperti più di un interrogativo, anche sul fatto che tutto questo potrebbe essere già accaduto in epoche passate.

Cenni e ipotesi storiche

Nonostante un retaggio storico che riteniamo, un po’ ingenuamente, di conoscere fin nei dettagli, persistono molte incognite legate al nostro passato e agli effettivi trascorsi che hanno caratterizzato e scandito la nostra antica storia. Sono infatti molti gli studiosi che non riescono a formulare tesi convincenti su cosa abbiano realmente fatto i nostri antenati e, più ancora, su chi fossero veramente e in quanti si siano già succeduti. E cioè, su quali e quante siano state le civiltà evolute e intelligenti che – non possiamo escluderlo – potrebbero aver camminato su questo antichissimo pianeta prima della nostra comparsa. Perché non va dimenticato che la Terra esiste da 4,5 miliardi di anni (4.500 milioni di anni) e, grazie alla scienza moderna, possiamo ritenere di conoscere, in modo più o meno approfondito, le sole ere geologiche relativamente recenti.
Viaggiando indietro nel tempo, possiamo comprendere cosa sia accaduto in modo progressivamente più generico e sommario, fino a formulare ipotesi, più o meno avvalorate, quando si parla di milioni o miliardi di anni. Analizzando ciò che potrebbe essere accaduto in periodi incredibilmente lontani i margini di approssimazione divengono sempre più ampi. Persino la nostra concezione del tempo ci impedisce di comprendere cosa significhi, concretamente, il trascorrere di 10.000, 100.000 o un milione di anni.
Non abbiamo un’adeguata e razionale consapevolezza per raffrontare archi temporali tanto immensi attraverso l’utilizzo di parametri storici, culturali e antropologici attuali. Eppure, per comprendere l’età del nostro piccolo Pianeta, per poi provare anche solo a stimare cosa sia accaduto in epoche incredibilmente lontane, dobbiamo entrare nell’ordine dei miliardi di anni, e poi moltiplicare per 4,5. Non ha senso!
Anche escludendo i primi milioni, forse miliardi, di anni necessari alle condizioni geologiche e climatiche della Terra di dar luogo alla nascita e allo sviluppo della vita, altro punto non del tutto chiaro, tuttora controverso, qualunque ipotesi (anche la più fantasiosa) potrebbe essere plausibile.
La Scienza, infatti, per quanto sia in grado di comprendere un’infinità di accadimenti avvenuti millenni or sono, taluni con notevole precisione e dovizia di particolari, non potrà mai disporre di tutti gli elementi utili a comprendere con la necessaria esattezza, e senza margini di dubbio o errore, cosa sia realmente accaduto a tutte le specie viventi, animali o vegetali, migliaia o milioni di anni fa.
Non si può allora escludere l’ipotesi che il Pianeta sia già stato interessato dal passaggio di altre civiltà intelligenti ed evolute, magari anche più della nostra attuale, poi successivamente scomparse. O che antichissime civiltà – estinte a causa di disastri geologici, naturali o guerre – siano riuscite a passare il testimone ai pochissimi superstiti che hanno consentito la sopravvivenza della successiva “dinastia” che, inesorabilmente, è stata costretta a ripartire praticamente da capo. Non abbiamo sufficienti elementi per ritenere, con assoluta certezza, che i “lasciti” dei nostri predecessori, appartenenti al nostro antico o antichissimo passato (come, ad esempio, le piramidi egizie), siano stati veramente costruiti, come crediamo, all’inizio delle nostre società moderne.
L’Alba dell’uomo moderno è davvero coincisa con l’avvento delle prime civiltà organizzate di cui abbiamo notizia, quelle cioè che si insediarono nell’area mesopotamica a partire dal 3500 a.C., come i Sumeri, gli Accadi, i Babilonesi, gli Assiri, gli Ittiti e qualche tempo dopo gli Egizi? O c’è stato qualcuno prima, o molto prima di loro?
Alcuni studiosi, a sostegno di differenti e affascinanti teorie, hanno formulato nuove congetture sulla datazione della Sfinge, la più grande statua monolitica al mondo, avendo riscontrato che i molti segni di erosione presenti sulle pareti esterne della struttura portante, da sempre attribuite all’azione del vento, potrebbero invece essere provocate dall’erosione dell’acqua. Se così fosse, ci troveremmo di fronte a un monumento molto più antico di quanto abbiamo sempre ritenuto, risalente ad almeno 6.000 o addirittura 10.000 anni fa, periodo in cui è nota una fase climatica interessata da piogge dall’ipotetica durata di centinaia o perfino migliaia di anni.
Foto: mons.wikimedia.org/w/index.php?curid=40954313
C’entra qualcosa con il Diluvio Universale?
L’ipotesi di una Sfinge molto più antica sarebbe anche avvalorata dal poco noto fenomeno della Precessione degli Equinozi che produce una lentissima oscillazione dell’asse terrestre, rilevata dagli scienziati da non più di una sessantina d’anni. Un movimento simile a quello di una trottola, per dirlo in modo ovviamente non scientifico. Una rotazione ondulatoria infinitamente lenta che impiega qualcosa come 25.800 anni per essere completata. A fronte di questa impercettibile oscillazione longitudinale del nostro pianeta (che molte civiltà antiche sembra conoscessero), che porta a un continuo cambiamento della posizione dell’asse terrestre rispetto alle stelle fisse, si è calcolato che circa 13.000 anni fa la Sfinge doveva essere orientata esattamente verso la Costellazione del Leone.
Casualità? Forse. Ma dando credito a questa nuova e interessante teoria, si potrebbe desumere che gli antichi Egizi si sarebbero limitati a modellare, o a scolpire, il volto del Faraone Chefren su una statua pre-esistente di cui non conobbero mai il vero significato e neppure chi la costruì. Come andarono realmente le cose?
Nessuno può essere sicuro che il processo evolutivo umano sia esattamente quello che ci viene da sempre raccontato. Non ci sono elementi certi e inequivocabili per escludere, a priori, la presenza di un passato molto più antico, a tratti sconosciuto. Ma, più ancora, nessuno può escludere che la variegata, misteriosa e lunghissima storia umana, a differenza di quanto si pensi, sia stata preceduta da altre civiltà antichissime i cui lasciti potrebbero essere ancora evidenti, per quanto siano – forse erroneamente – attribuiti ai nostri più vicini antenati.
Prima di noi potrebbero essersi succedute molte altre popolazioni di cui sappiamo poco o niente. Civiltà di cui ignoriamo l’esistenza, dapprima evolute e poi estinte, magari a causa di cataclismi, guerre o responsabilità oggettive (come la nostra attuale?), che hanno quasi del tutto cancellato i segni della loro presenza. Potremmo allora ritrovare le testimonianze più significative e strutturalmente resistenti, come le piramidi egiziane e quelle del Centro America, Stonenge e tutta la serie di costruzioni e raffigurazioni che hanno resistito fino ai giorni nostri. Perché è ragionevole ritenere che moltissimi oggetti di uso comune appartenuti a civiltà progredite, probabilmente realizzate con materiali ultraleggeri o leghe metalliche a noi sconosciute, si sarebbero irrimediabilmente distrutti in seguito a cataclismi o a eventi naturali devastanti.
Cosa accadrebbe ai nostri cellulari, computer, televisori, elettrodomestici, automobili, ecc., se la nostra civiltà venisse colpita da un cataclisma, da un’eruzione vulcanica di proporzioni spaventose piuttosto che da una guerra termonucleare?
Chi calcherebbe il Pianeta dopo di noi, magari fra 1.000, 5.000, 10.000 o 100.000 anni, riuscirebbe a comprendere qualcosa di preciso sulla nostra civiltà, riscendo a ricomporre le fasi del nostro sviluppo e le ragioni del nostro (eventuale) declino? Un numero considerevole di segni e lasciti lascia infatti ipotizzare (non senza uno slancio di immaginazione) che ipotetiche civiltà straordinariamente evolute, di cui non sappiamo ovviamente niente, dovevano disporre di conoscenze scientifiche ragguardevoli, perfino superiori alle nostre attuali. Conoscenze in tema di astronomia, fisica, tecnologia delle costruzioni e dei materiali, chimica, medicina.
Un livello tecnologico riscontrabile nei graffiti e nei monumenti che gli storici si ostinano ad attribuire ai nostri lontanissimi predecessori (Egizi, Maja, Aztechi), senza riuscire però a dimostrare come abbiano potuto realizzare opere che richiedevano una tecnologia costruttiva e una conoscenza del cosmo superiori a quelle odierne.
Emerge, insomma, una chiara dissonanza fra il livello quasi primitivo, tipico di ogni civiltà al suo stato nascente, e l’altissimo livello tecnologico necessario per la realizzazione di opere complesse e strutturalmente impegnative, come quelle che abbiamo trovato in Egitto, in America Latina, in Asia e persino reperti che, secondo alcuni, potrebbero ancora giacere al di sotto degli immensi strati di ghiaccio dell’Antartico. Rimane dunque impossibile elaborare risposte convincenti e non è questa la sede. Così come non è mio compito quello di ricercare “prove” di un passato che potrebbe ripresentarsi, spingendo la nostra civiltà a una quasi totale estinzione, affinché possa poi ripartire.
Sta di fatto che non riusciamo a crescere in modo adeguato, in ottica di continuità e di salvaguardia dei sempre più delicati equilibri naturali. Ma neppure di quelli economici, che sostengono, a loro volta, una congrua parte degli equilibri socio-politici del Pianeta e sono anch’essi sollecitati da una crescita troppo veloce che penalizza le piccole imprese, le economie locali, il commercio e il lavoro umano.
Un’economia globale fondata sulla legge dei grandi numeri ha finito per condizionare la percezione di necessità oggettive individuali, sempre più stringenti e pressanti.

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