Ci siamo accorti tardi del problema

Sono senz’altro molteplici le cause che hanno condotto l’uomo moderno a sfiorare una possibile catastrofe, forse imminente.
Vi è però un fattore che ci potrebbe scagionare, sebbene parzialmente, dalla responsabilità di aver inquinato il Pianeta, mettendo le generazioni future in una situazione che potrebbe anche degenerare nei prossimi 20 o 30 anni, o forse prima. Si tratta della difficoltà oggettiva di comprendere, esattamente, quali siano le cose giuste da fare e quelle da non fare. Ovvero, l’importanza che rivestirebbe una maggiore consapevolezza degli effetti sull’ambiente delle molte azioni che caratterizzano il nostro vivere moderno e quotidiano.
Obbiettivamente, non è affatto facile conoscere gli impatti e i possibili effetti collaterali conseguenti a ogni nostra azione o abitudine di vita e di lavoro; dall’acquisto di un prodotto alimentare o di un bene di consumo, dall’utilizzo dell’auto per andare in vacanza o in ufficio, allo smaltimento di una bicicletta usata. Dal consumo di pane, latte, carne, formaggio e di acqua potabile a quello di energia elettrica, passando da tutte le innumerevoli azioni che scandiscono il nostro vivere.
La nostra vita, anche lavorativa, è una “filiera” di azioni impossibile da controllare che rende difficile la comprensione non solo di cosa sia giusto fare – oltre che per non inquinare, in ambito innanzitutto locale – per poter svolgere moltissime attività professionali e produttive al più basso impatto ambientale, in ambito globale. Capire, in buona sostanza, come muoversi in modo più sostenibile, pur con la consapevolezza che molti schemi attuali non possano essere soppiantati con la sola volontà di farlo, scegliendo uno stile di vita e di lavoro molto più sostenibile. Ma poi, chi è a realmente conoscenza di cosa andrebbe fatto?
In passato, invece, non potevamo nemmeno immaginare cosa stesse accadendo e cosa stessimo provocando ai nostri delicati equilibri naturali poiché, fino a pochi decenni fa, nessuno parlava di sostenibilità. Non potevamo neppure sospettare (e come avremmo potuto?) che una bottiglietta di plastica potesse finire in mare o che l’uso dell’automobile avrebbe assottigliato lo strato di ozono presente nella stratosfera, indispensabile per proteggerci dai raggi solari nocivi.

Abbiamo solcato decenni di crescita a doppia cifra senza il minimo sospetto dei danni che stavamo arrecando ad uno strato protettivo che c’è intorno al pianeta, l’ozono, di cui ignoravamo perfino l’esistenza.

Chi di noi poteva saperlo?

Chi poteva immaginare che abitudini apparentemente innocue potessero alterare in modo così drammatico, talvolta irreversibile, gli equilibri naturali del nostro Pianeta, prima che il problema ambientale emergesse nella sua gravità?

Come avremmo potuto capire che stavamo inquinando e sottraendo preziose risorse alla Natura prima che gli esperti ci mostrassero, con sguardo severo e autoritario (a ragione!), l’inquietante rapporto di causa-effetto conseguente ad una lunga serie di abitudini di vita e di lavoro che hanno caratterizzato l’era esaltante e anche un po’ incosciente del boom economico?
Riguardo, invece, a quello che è successo a partire dall’avvento del nuovo e grandioso millennio, dagli anni 2000 per intenderci, ci sono senz’altro colpe, talune anche gravi. Ma, a quel punto, intervenire iniziava a diventare complicato perché significava ripensare, e forse scardinare, i nuovi paradigmi economici che stavano ormai sostenendo anche quelli sociali, compresi i nostri intoccabili stili di vita, rivedendo cioè al ribasso gli obiettivi di una crescita economica che doveva non fermarsi mai.

La minaccia della plastica
Fra i molti contesti che documentano l’incapacità endemica di comprendere, e fronteggiare, gli effetti collaterali di una fase di sviluppo frenetica e irregolare, uno in particolare si sta palesando con una forza inaspettata.
Sono le ISOLE DI PLASTICA, ammassi informi e minacciosi che sembrano creati ad arte per sollevare gli animi e urlare al mondo quanto di male stiamo facendo al nostro unico e fragile ecosistema.
È la dimostrazione, forse più la tangibile, poiché assurda, di cosa possa accadere all’ambiente quando un gesto apparentemente banale e innocuo, come quello dell’utilizzo di un qualunque oggetto di plastica, nei tanti modi in cui viene oggi impiegata da tutti noi, non è seguito da azioni pianificate e responsabili a tutela dell’ambiente.
Quando gettiamo una bottiglia di plastica, un flacone di detersivo, una cassetta della frutta e tutta una serie di oggetti di uso quotidiano, anche se gli stessi vengano riposti negli appositi contenitori della raccolta differenziata, ci sono buone probabilità (in funzione delle condizioni vigenti nei singoli paesi) che, alla fine di un lungo e insensato “viaggio”, finiscano in mare. Assurdo e inaccettabile ma è così. Doveroso precisare la presenza di differenti scenari legati allo smaltimento della plastica che vedono molti paesi, innanzitutto europei, avviare processi di recupero energetico e di riciclo, che limitano – anche se non di molto – le ancora immense quantità di materiale che finisce in discarica. L’Italia si attesta su una percentuale vicina al 37%, la media europea è al 27% mentre quella mondiale è di poco superiore ad un drammatico 79%.

Una filiera di smaltimento, potremmo dire globale, fortemente imperfetta e tutta da rivedere riguardo ad un materiale entrato prepotentemente nella vita di tutti noi, determinano la persistente difficoltà di trattarlo con modalità corrette e idonee.

Moltissimo materiale plastico che viene gettato in discarica anziché essere recuperato, per un successivo utilizzo, è sversato nei fiumi di mezzo mondo. Contenimento dei costi di gestione, illeciti guadagni ma, forse più di tutto, la quasi impossibilità a gestire correttamente un materiale non biodegradabile che viene prodotto e utilizzato ad una velocità troppo superiore a quella con cui riusciamo oggi a trattarlo. Un colpevole disequilibrio che provoca la formazione di ammassi di dimensioni crescenti di oggetti plastici (importante evidenziare un’importante presenza di reti da pesca) che, anziché essere riutilizzati per produrre nuova plastica e reimmessi nel sistema produttivo (v. Economia Circolare), finiscono nei fiumi e poi negli Oceani.
Una decina di fiumi fra i più grandi e inquinati della Terra sono stati trasformati in discariche a cielo aperto; Gange, Nilo, Hai He, Fiume Giallo, Pearl, Indus, Niger, Amur e Mekong trasportano in mare qualcosa come 8 milioni di tonnellate di plastiche al giorno, senza adeguate legislazioni che lo impediscano. In questi immensi corsi d’acqua vengono sversate enormi quantità di plastiche più o meno deteriorate che a fronte dell’effetto delle correnti marine e della tendenza dei rifiuti ad aggregarsi fra loro, una volta in mare, divengono grandi ammassi informi che, col passare del tempo, si trasformano in vere e proprie “isole” dalle proporzioni raccapriccianti. Quelle più spaventose sono grandi come nazioni (!) e dimostrano in modo inequivocabile cosa possa provocare non soltanto l’incuria ma anche il bieco sopravvento degli interessi economici su quelli per l’Ambiente e per la salute umana.

Interessi che dovrebbero invece convergere non solo fra loro ma con quelli di tutti noi, nel rispetto della vita.

La plastica è un materiale ritenuto innovativo fin dalle sue origini grazie ai considerevoli vantaggi che è in grado di apportare nei molteplici ambiti in cui viene oggi utilizzata, come l’imballaggio, ove ha sostituito molti materiali impiegati fino a pochi anni fa. Vantaggi in termini di peso, innanzitutto, ma anche legati ad una maggiore semplicità ed economicità in fase produttiva, che ha portato la plastica a soppiantare quasi del tutto il vetro, il legno e persino il metallo. Il PET, ad esempio, viene largamente utilizzato per produrre bottiglie d’acqua e l’introduzione di questo materiale straordinariamente leggero, rispetto al vetro, ha cambiato radicalmente la modalità di assunzione dell’acqua stessa, facilitando e incentivando il consumo giornaliero da parte di ognuno di noi. Ha così determinato un fortissimo incremento della produzione industriale di acque minerali, provocando – per contro – un aumento della quantità di rifiuti plastici da smaltire.
Per meglio raffigurare questo inedito e inquietante scenario basti dire che le bottigliette di plastica che vengono oggi utilizzate sono qualcosa come 60 MILIARDI l’anno e, tolto un ottimistico 20-40% di materiale gestito e recuperato (impossibile fare stime precise), il resto finisce inesorabilmente in mare!
Il vero nodo da sciogliere è costituito da un iter di smaltimento fortemente imperfetto a partire dall’origine della filiera; i paesi ricchi, come sempre accade, vendono ai paesi poveri la plastica che non riescono a trattare.
Questi ultimi, a causa di una fisiologica carenza di tecnologie e di risorse anche economiche, anziché gestire la plastica di scarto con idonee modalità, una buona parte di quella che dovrebbero recuperare, la gettano nei fiumi.
Niente di più “semplicemente” chiaro e allarmante.
Le regioni più ricettive, per così dire, sono quelle del Sud-est asiatico e dell’Asia, in generale, dove le normative sono meno stringenti e spingono i Governi dei paesi occidentali a sceglierle come mete ideali per collocare i loro rifiuti. È una storia nota, purtroppo, che non si discosta troppo da quella che interessa molti altri tipi di rifiuti, anche tossici, per il cui smaltimento vengono spese ingenti somme di denaro affinché siano eliminati correttamente, senza che questo accada. Una gestione inadatta e incompetente, talvolta criminosa, attuata tanto dalle cosiddette eco-mafie quanto da enti o società più o meno autorizzate o accreditate, finisce per provocare gravi danni all’ambiente e alle persone. Molte sostanze nocive, anziché essere smaltite in rispetto dei severi protocolli di sicurezza, vengono gettate sommariamente in discariche a cielo aperto o interrate nel sottosuolo, finanche in prossimità dei terreni coltivati.
È un differente scenario rispetto a quello tipico della plastica ma che conferma che gli interessi criminosi prendono spesso il sopravvento sul bene comune, anche quando è la salute delle persone a pagarne le conseguenze. Il contrasto fra gli interessi privati e gli obiettivi di sostenibilità, solitamente disattesi, diviene così la causa di moltissimi danni ambientali con cui ci troviamo adesso a fare i conti.

Da un breve excursus, si potrebbe evidenziare che già negli
Da un breve excursus, si potrebbe evidenziare che già negli anni ’60 – momento in cui l’avvento del Polietilene decretò l’ingresso ufficiale e prepotente dei materiali plastici nella vita di tutti i giorni – era noto, per lo meno agli esperti, che questo materiale fosse capace di resistere nell’ambiente per lungo tempo, forse decenni. Un dato che avrebbe dovuto imporre la definizione di adeguati processi di smaltimento di un materiale che appariva rivoluzionario ma anche inquinante.
Una maggiore consapevolezza anche da parte dell’opinione pubblica avrebbe favorito un uso più consono di questo innovativo prodotto, oltre alla definizione di norme chiare e severe che avrebbero potuto prevedere perfino limiti quantitativi in ragione di evidenti logiche di sostenibilità. Tuttavia, di sostenibilità se n’è parlato molti anni a seguire e questo ha consentito alla plastica di spopolare, in un clima di sostanziale e incolpevole ignoranza.
Oggi, sebbene con un gap temporale pesante, difficile da recuperare, un’informazione più attenta e capillare potrebbe favorire l’introduzione di logiche di utilizzo e di smaltimento, senz’altro più consone. Il PET, ad esempio, è un materiale perfettamente riciclabile; da 27 bottiglie d’acqua si può ricavare una felpa in pile o una lunga serie di prodotti di uso comune.
Il riciclo della plastica, per quanto sia un dato ancora poco diffuso e nonostante si tratti di una metodologia con uno sviluppo ancora piuttosto contenuto, ha portato in soli 15 anni ad un risparmio di circa 17 milioni di tonnellate di CO2 nell’atmosfera. Sono informazioni che andrebbero diffuse, allo scopo di favorire un processo di sensibilizzazione che deve necessariamente basarsi sui (pochi) aspetti positivi di cui si abbia conoscenza. Quello che, onestamente, non si poteva invece prevedere, e neppure sospettare, per lo meno sino a quando i valori produttivi, e gli effetti conseguenti, non hanno iniziato a palesare un ritmo discontinuo, in costante ascesa, è l’aumento esponenziale dell’uso della plastica. Un innalzamento dovuto, fra le altre ragioni, ad un incremento demografico, e dei relativi fabbisogni umani, che hanno spinto, e lo hanno fatto con un’accelerazione piuttosto marcata, i consumi di prodotti alimentari e, soprattutto, di bevande – contenuti in involucri di materiale plastico – molto sopra a qualunque verosimile previsione.
Ad allarmare maggiormente la recente stima che il consumo di plastica potrà addirittura aumentare, fino quasi a raddoppiare, nei prossimi 20 o 30 anni, e questo nonostante la (triste) consapevolezza che non esistano, ad oggi, soluzioni efficaci per renderla, in qualche modo, compatibile con un ambiente sempre più saturo.

La plastica che produrremo in futuro sarà sempre maggiore di quella che riusciremo a smaltire.

E questo è un dato previsionale che, forse più di altri, mostra il problema in tutta la sua inquietante gravità.
Come in molti altri contesti in tema di inquinamento, un’altra causa che ha aggravato la situazione è riconducibile alla tardiva presa di coscienza del rapporto causa-effetto legato sia alle fasi produttive che a quelle di utilizzo della plastica. In pratica, si è arrivati tardi a comprendere cosa stesse realmente accadendo e oggi, nonostante la piena consapevolezza dei problemi ad essa correlati, non è ipotizzabile di poterla sostituire – in tempi brevi – in favore di nuovi materiali riciclabili o meno inquinanti. Nonostante tutto, tende a persistere una scarsa informazione e ancora poca attenzione da parte delle persone e questo non fa che rallentare l’avvento di una doverosa e urgente cultura al riciclo e al riutilizzo e, più ancora, ad una auspicata, sebbene graduale, sostituzione, in favore di materiali di nuova concezione.
In alcuni paesi, specie del Nord Europa e, oggi, timidamente anche in Italia, inizia ad emergere una crescente attenzione nei confronti di questo subdolo materiale. Si assiste così, forse per la prima volta, ad una timida inversione di tendenza che vede l’avvento di un atteggiamento più attento e corretto, verso un’auspicata cultura della sostenibilità e un’economia circolare ormai imprescindibile.

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